Oltre i confini professionali: verso la riabilitazione multidisciplinare basata sull’evidenza

Pubblichiamo la traduzione in italiano dell’articolo che è stato pubblicato sulla rivista Minerva Medica, al quale ha partecipato anche la Presidente Dott.ssa Bielli. Alla fine, troverete il link all’articolo originale.


Abbiamo letto con grande interesse l’editoriale di Ferriero et al. Il contributo, stimolato dalla sentenza della Corte Costituzionale italiana secondo cui la fisioterapia senza una previa diagnosi medica costituisce esercizio abusivo della professione medica, solleva questioni rilevanti per l’ambito della riabilitazione. Tuttavia, riteniamo che alcune affermazioni contenute nell’editoriale meritino una riconsiderazione alla luce delle evidenze disponibili, della pratica professionale e della natura multidisciplinare della riabilitazione moderna.
Come premessa, è importante chiarire che la discussione non è limitata a una singola questione specifica o a una sola categoria professionale; essa è generalizzabile a tutte le categorie professionali coinvolte, in questo caso all’intero sistema delle professioni della riabilitazione (inclusi logopedisti, educatori professionali, terapisti occupazionali, ortottisti, ecc.).
Il primo punto chiave riguarda il ruolo della diagnosi medica. In molte condizioni, come l’ictus, le fratture o lo scompenso cardiaco, la diagnosi viene formulata da altri specialisti (neurologi, chirurghi ortopedici, cardiologi) prima ancora che la riabilitazione abbia inizio. Il ruolo del fisiatra interviene generalmente in una fase successiva, collaborando con il team riabilitativo per valutare le conseguenze funzionali e definire una strategia di trattamento.
Gli autori affermano inoltre che la fisioterapia ad accesso diretto sia insicura. Tuttavia, per quanto a nostra conoscenza – e come lo stesso editoriale riconosce – non esistono evidenze empiriche che dimostrino che i sistemi guidati dal fisiatra producano esiti migliori o più sicuri rispetto ai modelli che consentono l’accesso diretto al fisioterapista o ad altri professionisti sanitari, o l’accesso tramite altri specialisti o medici di medicina generale. La maggior parte delle fonti citate consiste in documenti istituzionali o auto‑report, non in studi comparativi basati su dati di esito. Al contrario, numerose revisioni sistematiche e valutazioni dei servizi hanno dimostrato che l’accesso diretto alla fisioterapia, in particolare per le condizioni muscoloscheletriche, è sicuro ed efficace e spesso associato a costi inferiori e a una maggiore soddisfazione dei pazienti, senza aumento di eventi avversi o errori diagnostici. Sebbene possa esserci incertezza sulla sicurezza dell’accesso diretto per pazienti con elevata complessità clinica, non è dimostrato che, in tali situazioni, l’accesso tramite il fisiatra sia più sicuro rispetto all’accesso tramite altri specialisti o medici di medicina generale.
Un ulteriore punto che necessita di chiarimento riguarda le liste d’attesa. Pur riconoscendo i ritardi attualmente presenti nell’accesso alla fisioterapia e ad altri servizi riabilitativi, gli autori descrivono tali ritardi come un meccanismo di protezione del sistema sanitario. In realtà, i lunghi tempi di attesa sono più spesso il risultato di una cattiva organizzazione piuttosto che di una strategia deliberata o eticamente discutibile. Un sistema efficiente dovrebbe concentrarsi su una comunicazione chiara e trasparente riguardo a quando, come e dove gli interventi sono appropriati, invece di ricorrere automaticamente all’inserimento in liste d’attesa.
L’articolo suggerisce inoltre che i Paesi che consentono l’accesso diretto alla fisioterapia, come Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito, possano essere meno sicuri o completi a causa di un numero inferiore di fisiatri rispetto ai fisioterapisti. Tale affermazione è però speculativa e non supportata da evidenze. Studi comparativi di questi sistemi sanitari non hanno riscontrato tassi più elevati di errori diagnostici o danni ai pazienti. I rapporti numerici tra professionisti riflettono scelte di politica sanitaria e modelli organizzativi nazionali, non necessariamente la sicurezza o la qualità delle cure.
Un ultimo punto riguarda il ruolo del team riabilitativo. Non tutti i casi richiedono il coinvolgimento di tutte le figure della riabilitazione, come fisioterapisti, terapisti occupazionali o logopedisti, e nelle situazioni più complesse può essere essenziale il contributo di altri specialisti o professionisti non riabilitativi. Questa realtà mette in discussione l’idea generalizzata di un “team guidato dal fisiatra” in ogni scenario. Ad esempio, quando un geriatra, un neurologo o un cardiologo avvia il percorso di cura già dalla fase diagnostica, il fisiatra è sempre il leader del team? E come si concilia ciò con l’enfasi dell’editoriale sulla diagnosi come punto di partenza?
La responsabilità professionale dovrebbe essere affrontata all’interno di un quadro di responsabilità condivisa, in cui la sicurezza del paziente derivi da ruoli chiari, competenze definite e collaborazione efficace, piuttosto che da gerarchie rigide. È necessario un quadro normativo coerente con le evidenze scientifiche per garantire un approccio multiprofessionale e centrato sulla persona.
Il Servizio Sanitario Nazionale deve evolvere verso modelli interprofessionali basati su evidenze, competenze ed esiti. Ciò richiede un’interpretazione delle normative flessibile e rigorosa dal punto di vista scientifico, spostando l’attenzione dalla difesa dei confini professionali alla costruzione di alleanze orientate alla qualità, all’accessibilità e alla sostenibilità, a beneficio dei cittadini.
Il dibattito dovrebbe allontanarsi dai confini professionali e concentrarsi invece su come garantire accessibilità, efficienza e beneficio per il paziente. La vera sicurezza deriva dalla competenza, dalla collaborazione e da una solida base scientifica, soprattutto quando la discussione avviene all’interno di una rivista scientifica.

https://www.minervamedica.it/en/journals/europa-medicophysica/article.php?cod=R33Y9999N00A26011201

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