Campioni del mondo – La fisioterapista Virginia Braghieri medaglia d’oro con la volley femminile under21

Classe 1995, laureata in Fisioterapia nel 2017 presso l’Università di Parma, Virginia Braghieri oggi è fisioterapista della Nazionale Under 21 di pallavolo femminile, con cui ha conquistato – il 17 agosto scorso – la medaglia d’oro ai Mondiali di categoria a Surabaya, in Indonesia.

Con un passato da atleta e campionessa universitaria nel getto del peso, Virginia ha saputo unire la determinazione sportiva alla preparazione clinica, affermandosi in pochi anni nel panorama della fisioterapia sportiva di alto livello. Dal 2021 è impegnata stabilmente con le Nazionali giovanili italiane, affrontando lunghi ritiri, grandi responsabilità e sfide quotidiane che mettono alla prova tanto le competenze tecniche quanto quelle relazionali.

Virginia, ci racconti cosa ti ha spinto a scegliere fisioterapia come percorso di studi?

Sono sempre stata appassionata di sport e appassionata dell’ambito medico e della cura della persona. Cercavo cosi una professione che potesse conciliare i due ambiti e la fisioterapia mi è sembrata la miglior scelta.

Ricordi ancora il giorno del test d’ingresso: com’era quella Virginia e cosa diresti a lei, oggi, con la medaglia d’oro al collo?

Ricordo perfettamente il giorno del test, ero stata messa in prima fila nelle aule centrali dell’ospedale di Parma. Ricordo le tante persone presenti e l’emozione e la paura di quel momento. Mai avrei anche solo pensato di passare il test d’ingresso e già quella fu una soddisfazione enorme. A quella Virginia direi di non smettere mai di imparare, di applicarsi e di non perdere la curiosità per questo mondo perché solo cosi possono arrivare grandi risultati.

Durante l’università a Parma avevi già un’idea chiara del tuo futuro in ambito sportivo o è stato un percorso nato strada facendo?

Avevo già ben chiaro che mi sarebbe piaciuto lavorare nell’ambito sportivo perché era il motivo per cui ho intrapreso questi studi. Sicuramente non avrei mai immaginato ad un livello cosi alto.

Com’è stato lavorare con la Nazionale U21 di volley femminile? Ci sono momenti che ti hanno particolarmente segnata?

Lavorare con queste ragazze è stato prima di tutto per me un onore e un piacere. È sicuramente uno stimolo a far bene in ogni momento perché l’obiettivo è grande e si lavora a loro supporto perché possano raggiungerlo.

Hai detto che il ritiro è stato più impegnativo dei tre anni universitari: quali sono le principali sfide di un fisioterapista in un contesto di altissimo livello sportivo?

La sfida più grande secondo me è cercare di valutare e cercare di prevenire qualsiasi tipo di infortunio o imprevisto. Non sempre è facile ma l’obiettivo deve essere quello. Poi ovviamente nel momento in cui capita qualche infortunio bisogna essere bravi a recuperarlo nel più breve tempo possibile. Il tempo di recupero in ambito sportivo è fondamentale.

In che modo hai gestito le responsabilità psicologiche, oltre a quelle fisiche, nei confronti delle atlete?

Ho cercato di gestirle in modo più spontaneo ed empatico possibile. In ogni momento provare a capire se potesse esserci qualsiasi problema o pensiero e cercare di affrontarlo con loro.

Hai parlato dell’importanza del sincronismo con lo staff: come si costruisce una buona collaborazione tra fisioterapista, allenatori e medici?

La chiarezza e rapidità nella comunicazione è alla base di tutto. Ognuno nel suo ambito è un ingranaggio di una grande macchina che deve essere perfettamente sincronizzata perché funzioni al meglio. L’obiettivo dello staff medico è cercare di mettere sempre a disposizione tutte le ragazze all’allenatore, cercando di mettere in atto tutte le strategie possibili.

Secondo te, quali sono le competenze “invisibili” che un fisioterapista sportivo deve allenare ogni giorno?

Il fisioterapista è una persona che deve essere empatica nei confronti dell’atleta che molto probabilmente in quel momento sta vivendo una situazione di “disagio” dovuta ad una problematica ed aiutarlo non solo da un punto di vista fisico ma anche psicologico e motivazionale.

Il 17 agosto è arrivata la medaglia d’oro: che emozioni hai provato in quel momento?

Faccio ancora un po’ fatica a realizzare appieno quello che è successo. Durante la partita ho chiesto al dottore qualcosa per il mal di testa perché ero veramente coinvolta da bordo campo. Quando è caduta l’ultima palla è stato un mix esplosivo di emozioni. È una sensazione bellissima e difficile da spiegare a parole, augurerei a tutti di provarla almeno una volta nella vita.

Hai dedicato la vittoria alla tua famiglia e, in particolare, a tua nonna Franca. Quanto è importante avere accanto chi crede nel tuo lavoro, anche da lontano?

È un aspetto fondamentale perché questo lavoro comporta tanto tempo lontano da casa, tempo che viene spesso “tolto” alle persone che ci stanno accanto. Sapere che sono dalla nostra parte e la vivono anche loro con orgoglio ed entusiasmo fanno sì che tutto pesi meno. A casa mia sono i primi tifosi di questa Nazionale e non si sono persi nemmeno una partita.

Ringrazio la mia famiglia anche per avermi concesso al tempo di scegliere il percorso universitario che più mi piacesse, non sempre a tutti è possibile scegliere.

E poi si, mia nonna Franca sarebbe sicuramente la persona più contenta ed orgogliosa per questa vittoria. A lei va sempre un pensiero in ogni mio traguardo.

Il tuo passato da atleta (getto del peso) ti ha aiutata a comprendere meglio le esigenze delle ragazze che oggi segui?

L’essere stata un’atleta per tantissimi anni mi permette di capire meglio le dinamiche e le esigenze delle ragazze nei vari momenti. Sono stata un’atleta molto dedita, perfezionista ed estremamente competitiva per cui cerco sempre di spronare le ragazze a voler pretendere da loro stesse il massimo in ogni momento attraverso l’attenzione per il dettaglio. Sono fortemente convinta che ogni dettaglio possa fare la differenza e che oltre al corpo la mente giochi un ruolo fondamentale in tante situazioni.

Quali sono i prossimi obiettivi che ti poni nella tua carriera? Ti immagini ancora nel mondo dello sport tra dieci anni?

L’obiettivo ora è continuare a lavorare con lo stesso impegno e cercare di raggiungere altri risultati di tale portata.

Il mondo dello sport credo che farà sempre parte della mia vita, non so per quanto tempo questi ritmi mi permetteranno di farlo, ma per ora non ci penso!

Cosa diresti oggi a un giovane fisioterapista che sogna di lavorare nello sport professionistico?

Gli direi di applicarsi in questo lavoro fin dal primo giorno, di non porsi limiti e di buttarsi nelle diverse esperienze senza timore. Molto spesso le grandi occasioni nascono da circostanze casuali, il cosiddetto “nel momento giusto al posto giusto” e, come ho scritto a diverse persone il giorno prima della finale, “sognare non costa nulla”.

C’è un valore o un principio che porti con te ogni giorno nel tuo lavoro e che ti senti di condividere con la comunità dei fisioterapisti italiani?

Penso non dovremmo mai dimenticarci che in qualsiasi ambito il paziente, o atleta in questo caso, che si affida a noi è lì per una patologia, una problematica, una situazione di “disagio” e noi dobbiamo essere pronti ad aiutarlo a 360 gradi.

Essere empatici nei confronti del paziente penso sia fondamentale per la riuscita del nostro trattamento.

È fondamentale anche il modo con cui ci si approccia a loro e può fare la differenza.

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